I VESCOVI CINESI

Con questo Blog vogliamo lanciare e sostenere una campagna di preghiere per la Chiesa che è in Cina. La Chiesa voluta da Cristo è basata sul fondamento degli Apostoli. "Con la preghiera si può fare molto di concreto per la Chiesa in Cina" (Papa Benedetto XVI). E' sempre difficile pregare per chi non si conosce: notizie precise e concrete sui Vescovi cinesi ci aiutano a vivere meglio la comunione con loro e a dare loro fiducia. Papa Francesco ha detto che lui stesso ogni mattina prega per tutto l'amato popolo cinese. Ricordiamoci anche come S. Teresa del Bambino Gesù, patrona delle missioni, ha offerto le sue preghiere e la sua vita per i fratelli sparsi nel mondo.
Se, poi, vuoi sapere qualcosa di più sui fratelli cinesi manda una E-Mail a: gigidisacco@gmail.com cercheremo di rispondere alle tue richieste.
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Scritto da Gigi Di Sacco
il 24 10 2016 alle 17,56

Wei Jingyi Giuseppe - Qiqihar - Heilongjiang

Wei
 

Il primo passo

 "La strada indicata dal Vangelo e dal pensiero cinese esalta tutto ciò che favorisce la riconciliazione e il superamento della contrapposizione. Se uno è cristiano, cerca sempre di fare il primo passo per riconciliare e curare le ferite degli uomini e della società. Quindi è giusto che la Chiesa faccia il primo passo per sciogliere il nodo dei rapporti fra Roma e Beijing".

 
 


 

Mons. Wei nacque il 28 maggio 1958 a Baoding nel nord della provincia dell’Ebei. Entrò nel seminario di Beijing e vi rimase poco tempo, poi passò alla comunità clandestina. Fu ordinato sacerdote nel 1985, incarcerato, ai lavori forzati 1990-1992  e nominato Vicario Generale di Qiqihar 1992; andò nella diocesi di Qiqihar nel 1993. Fu consacrato vescovo segretamente da mons. Guo Wenzhi vescovo di Qiqihar il 22 giugno del 1995 e gli successe quando quesiti si ritirò. Il governo non lo riconosce come vescovo. Fu uno dei quattro vescovi invitati al Sinodo sull'Eucaristia.  Mons. Wei è attualmente Amministratore della Prefettura di Jamusi e di Hulunbur nella Mongolia Interna. 
 
La provincia di Heilongjiang ha una estensione di  469.000 kmq, 37.723.500 cattolici, 23 suore, 43 preti. La Missione fu eretta in Missino sui iuris il 9 luglio 1928 ed elevata a Prefettura Apostolica il 17 agosto 1931heilongjiang
·      La diocesi di Qiqihar può  contare su una trentina di sacerdoti, provenienti principalmente dalla diocesi di Yixian. Di questi, soltanto due sono vicini al governo e  membri dell’Associazione Patriottica. Per il governo, nell’intera provincia esiste una sola diocesi cattolica, la Diocesi di Heilongjiang, responsabile e rappresentante di tutte le circoscrizioni prima esistenti. Il Governo quindi non riconosce che a Qiqihar ci sia un vescovo, né Mons. Wei potrebbe presentarsi come tale alle autorità.
    In Heilongjiang, vi sono altre due circoscrizioni ecclesiastiche, Harbin e Jiamusi. La prima ha 10.000 fedeli  e un buon numero di Sacerdoti,  il favorito dal Governo è sempre stato il Rev. Yue Fusheng, che nel corso di una lite, perse l’orecchio tagliatogli  da un suo confratello ora in prigione. Il Rev Yue Fushrng è stato nominato vescovo di Harbin dal governo  senza l’approvazione della Santa Sede il 7 giugno 2912 ed stato scomunicato dalla Santa Sede. Ad Harbin c’è un Amministratore Apostolico, il Rev. Zhao Hongchun, i cattolici sono circa 10.000 e una quarantina di sacerrdoi.
Jamusi ha una quindicina di preti concessi da Yixian e tremila cattolici

   Harbin
 
Ciò che ha caratterizzato  di più la vita ecclesiale in tutta la provincia è stata  la disunione. Ogni prete – e ogni comunità – tende  a far da sé, in autonomia.  Mons. Wei ha sempre cercato di fare un discorso di unità e di collaborazione ecclesiale. Compatto intorno al vescovo, il gruppo di preti da Yixian. 
 

Qiqihar

 

INTERVISTA
                                                       
               Parla chiaro e con libertà Giuseppe Wei Jingyi, vescovo di Qiqihar, nella provincia
               nord-  orientale dell'Heilongjiang.

Tra la Chiesa e la Cina, «fin dai tempi antichi», c'è una «ferita aperta» che «deve essere curata e guarita». Per questo occorre che la Santa Sede dialoghi con il governo cinese, magari facendo «il primo passo». Perchè solo se si scioglie il nodo aggrovigliato dei rapporti tra la Chiesa e il potere politico potranno venir meno anche le cause della divisione tra i cattolici cinesi.
 
Tutti sanno che la sua ordinazione episcopale non è riconosciuta dal governo, e lo conoscono come acceso esponente dell'area ecclesiale cosiddetta “clandestina”: espressione infelice e fuorviante usata per indicare quella parte di vescovi, sacerdoti e fedeli che non si sottopongono a organismi e metodi della politica religiosa di Beijing. Nativo della diocesi di Baoding, Mons. Wei ha vissuto in passato tre periodi di detenzione e di restrizione delle libertà personali, il più lungo dei quali è durato oltre due anni, dal settembre 1990 al dicembre 1992. Anche per questo le sue parole suonano eloquenti e impegnative.
 
Lei è nato nel 1958. Mao era al potere da tempo. Come è diventato cristiano?

Il primo della mia famiglia a ricevere il battesimo fu mio nonno. Sono cresciuto avendo davanti l'esempio dei miei genitori, dei buoni cristiani. Quand'ero piccolo c'è stata la grande carestia: dalla provincia dell'Hebei, che circonda Pechino, siamo dovuti emigrare nel Nordest, nella provincia di Jilin. 

La sua infanzia è coincisa con il tempo della Rivoluzione culturale. Come è stata custodita la fede in quel tempo di prova?

Per anni e anni non abbiamo visto un prete. Non si poteva manifestare la fede cristiana pubblicamente. In tutta la regione c'erano poche famiglie cattoliche, disperse lontano l'una dall'altra. Ricordo che ogni tanto, con qualcuna di esse, ci incontravamo e recitavamo insieme le preghiere, chiusi in casa, soprattutto in occasione delle grandi feste. Siamo andati avanti così.

Fino a quando?

Le cose cambiarono a cominciare dalla fine degli anni Settanta. Fu allora che fiorì anche il desiderio di diventare sacerdote. Prima della Rivoluzione culturale, un fratello di mio padre era frate trappista, e anche altri zii avevano studiato al seminario.

Nella Cina di adesso, le famiglie cristiane continuano a avere un ruolo così forte nel comunicarsi della fede cristiana?

Adesso il ritmo della società è cambiato, c'è una frenesia che travolge tutto. Anche tante famiglie cristiane non trovano il tempo di pregare insieme, come accadeva una volta. Non si può dire che questo non accada più. Ma è meno forte e vivo di un tempo. Prima i preti aspettavano i fedeli nelle chiese per confessare, celebrare la messa e amministrare gli altri sacramenti. Adesso, per comunicare il Vangelo occorre uscire dalle parrocchie e mostrare a tutti in cosa consiste l'amore di Dio, e come la fede può fiorire nella vita di ogni giorno.

Anche il Papa ripete spesso che la Chiesa è per natura in “uscita” da se stessa. Seguite il suo magistero?

Seguiamo tutto: le omelie della messa di Santa Marta ogni mattina, e poi i discorsi, le catechesi del mercoledì, gli incontri, i viaggi. Attraverso internet, siamo aggiornati su tutto quello che fa e dice. Ci arriva tutto. Magari il giorno dopo, ma ci arriva.

E cosa ne pensate?

Papa Francesco è un dono di Dio per la Chiesa di oggi, e anche per tutta l'umanità. E le cose che suggerisce sono molto pertinenti per la condizione presente della Chiesa e della società cinese.

Papa Francesco ha detto che la bussola da seguire è la Lettera di Papa Benedetto ai cattolici cinesi pubblicata nel 2007. È così?

Certo. Essa rappresenta una linea di demarcazione molto importante. Descrive con chiarezza come i cattolici cinesi devono affrontare e vivere il tempo presente, coi suoi problemi.

Tra i problemi c'è quello della divisione tra i cattolici cosiddetti “ufficiali” e i “clandestini”. Che spesso sembra alimentata da ambizioni personali e lotte di potere.

Nelle divisioni adesso c'è di mezzo anche il carrierismo e le lotte per comandare. Nella Chiesa, purtroppo, da duemila anni ci sono scontri di potere. Ma nella Cina attuale, in origine, esse sono il risultato di una pressione che è venuta dall'esterno. Ci si è divisi davanti al modo in cui il governo tratta la Chiesa, e poi queste divisioni si sono cristallizzate nel corso della storia. Per questo, se viene risolto il problema dei rapporti con il governo, anche le divisioni tra cattolici potranno essere sanate col tempo. Quindi il problema dei rapporti della Chiesa con il potere politico va affrontato al più presto.

Per alcuni, se la Santa Sede tratta col governo cinese, rischia di apparire arrendevole, o addirittura di “svendersi”.

È proprio il contrario. Proprio perché ci sono problemi, occorre trovare soluzioni dialogando e trattando con il governo, stabilendo anche canali di dialogo diplomatici. Quella è la via per provare a sciogliere anche i nodi che alimentano la divisione. Quando si affronta la questione dell'unità della Chiesa, bisogna passare di lì. Anche se ciò comporta qualche rischio e possibili incomprensioni.

Perché?

Perché la divisione ha le sue radici storiche nella ferita che ha sempre segnato le relazioni tra la Chiesa e la Cina, fino dai tempi antichi. E come una ferita aperta, che deve essere curata e guarita. Occorre superare questa spaccatura tra la Chiesa e la Cina, che si riflette anche nella società cinese, perché ha come effetto anche la divisione tra i cattolici “ufficiali” e quelli “clandestini”. Occorre analizzare storicamente le ragioni, e l'unica via per fare questo è il dialogo tra la Chiesa e il governo.

Certi dicono: La Chiesa non deve fidarsi, deve prima avere delle garanzie.

Io credo che qualsiasi teorizzazione del conflitto a oltranza o di “guerra fredda” contraddice il cuore del cristianesimo. Occorre confrontarsi sui conflitti e sugli errori del passato, chiedere la conversione del cuore, come dice Papa Francesco. È un cammino che possiamo fare sia noi cattolici che il governo, per rinnovare il rapporto e correggere le cose che vanno cambiate, aprendoci a una situazione nuova e mettendo da parte le decisioni sbagliate del passato. Ognuno deve fare la sua parte per arrivare all'armonia, alla riconciliazione e alla pace. È questa la strada indicata dal Vangelo. Ma anche il pensiero cinese esalta tutto ciò che favorisce la riconciliazione e il superamento della contraddizione.

Chi deve fare il primo passo?

I primi passi ci sono già stati. Noi sosteniamo tutte queste iniziative che il Papa sta prendendo per comunicare la sua disponibilità al dialogo. Se uno è cristiano, cerca sempre di fare il primo passo per riconciliare e curare le ferite degli uomini e della società. Quindi è giusto che la Chiesa faccia il primo passo. Non c'è da fare i “sostenuti”. Non ci deve essere la gara a chi fa il passo dopo, ma a chi lo fa prima.

Ma se il dialogo tra Cina e Santa Sede assumesse contorni più concreti, come reagirebbero le comunità cattoliche in Cina?

La grande maggioranza approverebbe l'iniziativa di dialogare con il governo per risolvere i problemi della Chiesa. Quella è la via per rendere più facile la vita dei fedeli.

Anche nelle comunità “clandestine”? Non c'è il pericolo di accentuare la divisione?

Anche tra i clandestini la maggior parte sarebbero d'accordo. Una minoranza forse all'inizio brontolerebbe, dicendo che il Papa non capisce e la Chiesa così perde la faccia. Ma poi, col tempo, capirebbero e seguirebbero la strada presa da tutti.

Sulle ordinazioni dei vescovi, la Lettera del 2007 auspicava «un accordo con il governo per risolvere alcune questioni riguardanti la scelta dei candidati all’episcopato». 

I vescovi, per appartenere alla Chiesa cattolica, devono essere in comunione con il Papa, che è Successore di Pietro. Questa comunione, in condizioni normali, si esprime pubblicamente. Qualsiasi sia il metodo scelto, occorre che la nomina dei nuovi vescovi non sia fatta in maniera autonoma e indipendente, ma sia fatta dal Papa o ottenga il suo consenso e riconoscimento. Il modo in cui questo avviene si può discutere. Ma questo è il primo punto da custodire. 

Ci sono altri criteri-chiave da tener presenti?

La guida pastorale e canonica della Chiesa in Cina va esercitata dai vescovi. Gli organismi come il Comitato dei rappresentanti cattolici e l'Associazione patriottica dei cattolici potrebbero anche essere aboliti. Oppure possono continuare a esistere, ma senza esercitare un potere direttivo sulle questioni pastorali, sacramentali e canoniche che toccano la natura propria della Chiesa, che non è un'organizzazione politica. Le cose sono molto cambiate, rispetto agli anni Cinquanta e Settanta. Se non si vuole abolirli, ci può essere una evoluzione positiva, che li trasformi in strumenti pratici e funzionali, più adeguati ai rapporti tra le istituzioni politiche e la Chiesa nella situazione di oggi. Del resto, una loro evoluzione è prevista dai loro stessi statuti, dove è anche scritto che questi organismi non interferiscono nelle cose che riguardano la vita di fede. Si possono rinnovare le strutture e gli uffici rendendoli compatibili con la natura propria della Chiesa. L’importante è che quegli organismi non pretendano di comandare sui vescovi nelle cose che toccano la vita intima della Chiesa.

La Chiesa cattolica in Cina è viva. Ma la fede – ha detto una volta Papa Ratzinger – a volte assomiglia a una fiammella, che può spegnersi. Cosa la custodisce, anche in circostanze ostili?

Adesso tutti usano il telefono cellulare. È uno strumento utile. Ma se la batteria è scarica e non c’è la corrente per ricaricarla, non funziona e non serve a niente. Anche nella Chiesa è così. Noi possiamo sforzarci per cercare l’unità. Ma se non c’è l’unità nell’amore di Dio, percepito nella preghiera, non funziona niente. E tutti i nostri tentativi di costruire l’unità tra noi non andranno da nessuna parte.  
 
 
Si moltiplicano le voci di pastori e fedeli cattolici che esprimono le attese suscitate in loro da un possibile accordo tra la Pechino e il Vaticano, nel tempo di Papa Francesco e del Presidente Xi Jinping
Tre Ave Maria al giorno, per chiedere che la Cina e la Santa Sede trovino un accordo e possa finalmente iniziare una nuova stagione nella vita dei cattolici cinesi. Le recitano in ogni messa i fedeli della diocesi di Qiqihar. Il loro vescovo, Giuseppe Wei Jingyi, ha fiducia che funzionerà: «L’intesa tra la Cina e la Santa Sede ci sarà. È come un destino. E’ La direzione verso cui stiamo andando, e non dobbiamo aspettare troppo. E’ il “segno dei tempi” che adesso siamo chiamati a scrutare, alla luce del Vangelo». Giuseppe Wei è un vescovo cosiddetto “clandestino”. Le autorità civili non lo riconoscono nella sua funzione episcopale. 
 
Dopo anni di black-out, il dialogo tra la Cina popolare e la Santa Sede è ripartito. Lo aveva attestato già a fine ottobre il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Papa Bergoglio, confermando che nei giorni precedenti una delegazione vaticana era volata a Pechino a riprendere il filo delle consultazioni con i funzionari di Pechino, per cercare un’intesa su questioni sensibili, come le procedure per la nomina dei vescovi cinesi. A quanto risulta, nei giorni scorsi, sono proseguiti i contatti tra le due parti. Mentre in Cina si moltiplicano le voci di vescovi, sacerdoti, religiosi e laici che vogliono far sentire la loro. E non celano le attese suscitate intorno a un possibile accordo tra la Cina e il Vaticano, nel tempo di Papa Francesco e del Presidente Xi Jinping.  
 
In pr ima fila, a esternare le speranze riposte nella nuova stagione di dialogo tra Pechino e Santa Sede figurano molti pastori cosiddetti “clandestini ”: vescovi e sacerdoti che non aderiscono agli organismi e ai metodi utilizzati dalla politica religiosa del governo cinese, e proprio in virtù della loro esperienza confidano a Vatican Insider la speranza che si realizzi presto quello che anche loro attendono in silenzio da molto tempo, dopo tante occasioni sfumate: «Speriamo che la buona notizia dell’intesa tra Cina e Vaticano arrivi con prontezza, come passando dalla notte al giorno» dice Lin Xue Hai, prete “clandestino” nella provincia del Fujian e autore di interventi sul blog dei «Fratelli Sacerdoti». 
 
Nelle file dei sacerdoti e dei vescovi cinesi si registra il presentimento che un’intesa tra la Santa Sede e la Cina popolare potrà portare «cose buone per tutto il popolo cinese, e non solo per i cattolici», confida padre Jang Su Nian , sacerdote a Wenzhou. Vengono accolti in questa luce anche i molteplici segnali di attenzione e stima rivolti dal Papa alla Cina, da lui definita «Paese amico». Secondo padre Wang Guo Cai, che negli anni trascorsi in Italia ha lavorato anche al servizio della comunità cinese di Prato, «Quello che il Papa sta operando per far crescere e maturare le relazioni della Chiesa con la Cina è semplicemente straordinario. E’ quello che noi attendiamo di vedere da tanto tempo, e ci fa gioire. Perchè potrà rendere più facile per i cattolici cinesi la vita di tutti i giorni». Mentre Giuseppe Liu, sacerdote “clandestino” a Fuzhou, ci tiene a rimarcare che «noi seguiamo il Papa e ci fidiamo di lui, in tutto quello che lui deciderà riguardo al rapporto con la Cina. E se le relazioni tra la Santa Sede e il governo di Pechino saranno consolidate, questo per certi versi rappresenterà un punto di ripartenza per la Chiesa che è in Cina».  
 
Neanche a Hu Xian Long, sacerdote cattolico “clandestino” della Mongolia Interna, l’eventuale intesa della Santa Sede con le legittime autorità della Repubblica popolare cinese appare come un compromesso di carattere politico, o addirittura come un cedimento. Anche padre Hu è persuaso che un esito positivo dei colloqui tra Pechino e il Vaticano potrebbe concorrere all’aprirsi di nuove strade per l’annuncio del Vangelo in terra cinese: «La fede in Gesù può cambiare il cuore delle persone», dice Hu, «e tanti cinesi è come se attendessero questo cambiamento, operato da Cristo. Noi preghiamo anche affinchè i rapporti con la Santa Sede aiutino la Cina a camminare sulla via dello sviluppo, per il bene autentico del popolo».  
 
Secondo il sacerdote “clandestino” Han Wen Ming, che lavora nella provincia settentrionale di Heilongjiang, «il Papa non pensa solo alla Chiesa che è in Cina, ma ha a cuore le anime di un miliardo e quasi quattrocento milioni di uomini e donne, di anziani e di bambini. Le buone relazioni aiuteranno la Chiesa a condurre la sua missione a favore del popolo cinese e della pace nel mondo». La vede in maniera analoga Giuseppe Han Zhihai, vescovo di Lanzhou: «Noi» dice il vescovo, anche lui non riconosciuto come tale dagli apparati governativi «auguriamo che il popolo di Dio in Cina abbia più spazio e libertà per la fede. Questo dipende anche da come la Santa Sede riuscirà ad accelerare la comunicazione e la collaborazione con il Governo cinese».  
 
Secondo il vescovo Wei, proseguire il confronto tra la Santa Sede e le legittime autorità cinesi rappresenta anche una via per rendere più feconda nel presente la testimonianza di coloro che in Cina furono custoditi nella fede negli anni della persecuzione più cruenta. Wei lo suggerisce con immagini suggestive, tratte dalla sua vicenda personale «Mi viene da pensare» racconta il vescovo di Qiqihar «a una notte di Natale di quando ero bambino. Non c’era nessun prete, perchè erano tutti in prigione, e la chiesa era stata demolita. La mia famiglia si era riunita con altri cristiani, per pregare di nascosto. Dopo la preghiera, ci siamo messi attorno alla radio prestata da qualcuno. Tentammo di sintonizzarci sulla frequenza giusta per sentire la Radio Vaticana, che mandava in onda la messa di mezzanotte. Se ci avessero scoperti, ci avrebbero messo in prigione, dicendo che ascoltavamo la “radio dei nemici”. Ma non riuscimmo a sintonizzarci. E allora, ricordo che mi padre ripeteva, pieno di dispiacere: Magari la Cina potesse stabilire una relazione con la Santa Sede… Così, potremmo anche partecipare alla messa del Papa!”. Adesso – conclude il vescovo Wei - quel desiderio non è diminuito per il fatto che mio padre e gli altri anziani sono andati al Paradiso. Anzi è cresciuto, negli enormi cambiamenti che stanno avvenendo in Cina».  
 
 

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