I VESCOVI CINESI

Con questo Blog vogliamo lanciare e sostenere una campagna di preghiere per la Chiesa che è in Cina. La Chiesa voluta da Cristo è basata sul fondamento degli Apostoli. "Con la preghiera si può fare molto di concreto per la Chiesa in Cina" (Papa Benedetto XVI). E' sempre difficile pregare per chi non si conosce: notizie precise e concrete sui Vescovi cinesi ci aiutano a vivere meglio la comunione con loro e a dare loro fiducia. Papa Francesco ha detto che lui stesso ogni mattina prega per tutto l'amato popolo cinese. Ricordiamoci anche come S. Teresa del Bambino Gesù, patrona delle missioni, ha offerto le sue preghiere e la sua vita per i fratelli sparsi nel mondo.
Se, poi, vuoi sapere qualcosa di più sui fratelli cinesi manda una E-Mail a: gigidisacco@gmail.com cercheremo di rispondere alle tue richieste.
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Scritto da Gigi Di Sacco
il 10 10 2016 alle 18,47

Jia Zhiguo Giulio Zhending - Hebei

Zhendig

Il vescovo che ha scelto come suo episcopio l'orfanitrofio da lui voluto per i ragazzi abbandonati. 

    


 

Il vescovo Giulio nacque nel 1935 e fu ordinato sacerdote all’età di 55 anni il 7 giugno 1980 e nel dicembre dello stesso anno 1980,--forse unico caso nella storia--il 19 dicembre fu consacrato vescovo segretamente da Mons. Fan di Baoding. E’ approvato dalla Santa Sede, ma non riconosciuto dal Governo.

         E’ stato arrestato dalle autorità governative una quindicina di volte. L’ultima volta fu il 30 marzo del 2009, lo stesso giorno in cui a Roma la Commissione Vaticana per la Chiesa in Cina dava inizio al suo lavoro. Fu rilasciato dopo 15 mesi di detenzione. Mons. Jia è molto noto in tutta la Cina per la sua fermezza  nella fede cattolica. “ Io seguo Pietro: Io seguo quello che il Papa decide".

 

L’episcopio del vescovo Giulio è un orfanatrofio.

         L’orfanotrofio fu fondato da mons. Giulio Jia Zhiguo  quando raccolse più di venti anni fa il primo bambino disabile: qualcuno lo aveva abbandonato davanti alla porta della sua casa. Da allora il Presule ha raccolto bambini e bambine handicappate, fondando anche un ordine di suore, una trentina, che si prendono cura di loro. L’istituzione che dura da oltre 20 anni, raccoglie un centinaio di bambini disabili che il vescovo e le suore hanno salvato dall’abbandono e ha rischiato più volte di passare nelle mani del governo. La minaccia dell’esproprio è stata vista da tutti come  una vendetta delle autorità contro la resistenza del vescovo a farsi registrare nell’Associazione Patriottica.

       L’orfanotrofio si trova a Wu Qiu (Jinzhou, Hebei) ed è molto noto in Cina e all’estero. Pur essendo una struttura illegale, è ben visto dalla popolazione, che aiuta e sostiene il vescovo in quest’opera di carità. Per questo le autorità lo hanno sopportato e lasciato crescere. Il vescovo è sempre riuscito a coprire tutte le spese grazie a benefattori cinesi e stranieri.

        Forse mons. Giulio è l’unico vescovo cattolico al mondo che guida la sua diocesi di 130 mila fedeli, condividendo la sua vita, notte e giorno con un centinaio di orfani.

 

Diocesi  di ZHENGDING - Hebei

            hebeiLa Diocesi,  situata a pochi chilometri dal capoluogo della provincia dell’Hebei, Shijiazhuang, è uno dei centri del movimento clandestino cattolico e vi aderiscono grossi e compatti gruppi di fedeli, in genere molto semplici e senza approfondita istruzione religiosa, a motivo delle difficili condizioni socio-politiche. Forti sono ancora alcune consuetudini tradizionali che regolano la vita della gente, come ad esempio, l’usanza da parte della famiglia di combinare il matrimonio dei figli o almeno di giocare un ruolo importante nella scelta del partner.

     JiaMons. Julius JIA Zhiguo si è sempre trovato in una difficilissima posizione nei confronti delle Autorità civili e di Pubblica Sicurezza, che ne hanno frequentemente ordinato l’arresto e la detenzione: e non sempre sereni sono i rapporti esistenti tra il vescovo ed il clero ufficiale. La diocesi di Zhengding ha fatto tanto per la diffusione della fede cattolica       in Cina, il suo Vescovo Jia è molto noto in tutta la Cina per la sua fermezza  nella fede cattolica:

“ Io seguo Pietro: io seguo quello che il Papa decide".

    Nella Circoscrizione a Shijiazhuang si trovava anche un vescovo illegittimo consacrato nel 1989 senza mandato pontificio, mons. Paolo Jiang Taoran, deceduto il 15 novembre del 2010 all’età di 84 anni. Mons. Jiang Taoran più volte  chiese  la riconciliazione e la comunione con Roma e la ottenne.

         I Cattolici della Diocesi sono più 130.000,  30.00 della comunità ufficiale e  80.000 della chiesa non ufficiale, con 40.000 instabili. I sacerdoti non ufficiali sono 73 quelli ufficiali 34 di cui 5  furono accettati dal vescovo Jia nel 1998; altri  cinque furono accettati da mons. Jia nel 2007 dopo la Lettera del Santo Padre nel 2007.

         In diocesi c’è anche una Piccola Congregazione, quella di S. Paolo del Cuore Immacolato di Maria con 50 membri di cui 34 con voti sacerdoti; 14 novizi e 9 aspiranti. Le suore non-ufficiali della  Congregazione del Cuore Immacolato di Maria sono 62 con voti perpetui, 10 novizie e 35 aspiranti.  Le suore ufficiali della Congregazione di San Giuseppe di Shijiazhuang  sono 40.

         I seminaristi ufficiali maggiori sono 9 a Shjiazhuang, 13 minori diocesani a Shijiazhuang, 6 minori in XianXian.  I seminaristi non ufficiali nel seminario diocesano infine  sono 35 di cui 14 maggiori.

         Le chiese sono 59 con più di 683 luoghi di culto. Le Opere sociali:  oltre l’ orfanotrofio dal vescovo ci sono  l’Associazione “Anna” nelle parrocchie ufficiali per anziane cattoliche,  2 Asili, 1 clinica Ren Ai, una casa per bambini handicappati, opera delle Figlie di Don Bosco.

         Un’altra opera, molto conosciuta in Cina e all’estero è la Casa editrice Faith Press con sede a Shijiazhuang. In Shijiazhuang si trova anche il seminario Maggiore di tutta la provincia dell’Hebei, aperto nel 1984. Nel settembre del 2013 vi erano 159 alunni.

 

La Porta Santa di Zhengding:

10mila cattolici celebrano il Giubileo senza arresti.Giubileo Zhengdin

"Un miracolo! Una protezione del Cielo!”: è il commento di alcuni cattolici della comunità sotterranea di Zhengding  dopo quello che è avvenuto nella domenica del 13 dicembre. Circa 10.000 fedeli di Zhengding, Lingshou, Pechino, Baoding si sono radunati davanti alla cattedrale (v. foto) per celebrare insieme l’inizio del Giubileo e l’apertura della Porta santa. Un  “miracolo” è stato anche che la polizia, sempre presente davanti alla chiesa, non ha fatto nulla per impedire il gesto e non ha arrestato nessuno. Un miracolo ancora maggiore è che a presiedere la liturgia, durata dalle 8.30 del mattino fino alle 12.30, era  mons. Giulio Jia Zhiguo. 

Nonostante ciò, “è stupefacente che tante persone – commenta una suora –  abbiano potuto radunarsi per così tanto tempo e nessuno sia stato arrestato. È probabile che vi fossero poliziotti in borghese, mescolati alla folla, ma non è successo nulla”.

L’apertura solenne della Porta santa a Zhengding è stata preceduta da una processione e poi da una serie di letture tratte dalla Misericordiae Vultus, la bolla di Papa Francesco per l’indizione del Giubileo. Dopo l’apertura della Porta, si è svolta la cerimonia eucaristica. Per l’occasione, in quel giorno, vi era solo quella messa.

Pur essendo controllato a vista, Mons. Jia Zhiguo è stimato dalla polizia e dalla popolazione. 

 

 

Ultimissime da Zhengding 08/10/2016 di GIANNI VALENTE 

Ordinato senza consenso del Papa un vescovo “clandestino”. Il sacerdote che ha ricevuto l’ordinazione episcopale è già stato scomunicato dal legittimo vescovo di Zhengding, il “clandestino” Julius Jia Zhiguo. La vicenda, complicata e ancora da chiarire nei dettagli, porta comunque alla luce aspetti cruciali e processi in atto nella presente condizione della cattolicità cinese 

Si chiama Dong Guan Hua il prete cinese che a settembre si è fatto ordinare vescovo della diocesi di Zhengding, nella provincia dell’Hebei. Lo ha fatto senza il consenso del Papa e della Santa Sede, ricevendo l’ordinazione da un anziano vescovo con problemi di equilibrio mentale. Ha agito per scelta deliberata, non è stato certo costretto a tale gesto dagli apparati di controllo sulla Chiesa che fanno capo al potere cinese: padre Dong appartiene all’area ecclesiale cosiddetta “clandestina”, che rifiuta le procedure imposte alla vita della Chiesa dalla politica religiosa del governo comunista. Per il suo gesto è già stato scomunicato dal legittimo vescovo di Zhengding, anche lui clandestino, e potrebbe arrivare sul suo caso anche un pronunciamento dei Dicasteri vaticani.  

Nella diocesi di Zhengding, di cui il nuovo Vescovo Deng pretende di portare il titolo, c’è già un vescovo legittimo e riconosciuto dalla Santa Sede: è l’81enne Julius Jia Zhiguo, considerato una bandiera vivente dai cattolici dell’area clandestina, per aver continuato a esercitare il suo ministero episcopale senza essere riconosciuto come vescovo dal Governo cinese, a costo di trascorrere anche da anziano tanti periodi di detenzione o “residenza sorvegliata”. Negli ultimi tempi, Julius aveva espresso anche pubblicamente fiducia e speranza rispetto al dialogo in atto tra governo cinese e Santa Sede sulle questioni controverse che hanno reso sofferente e anomala la condizione della cattolicità cinese dopo l’avvento di Mao, a cominciare proprio dalla questione della nomina dei vescovi: «Ci fidiamo del Papa. Non ci preoccupiamo. Sappiamo che il Papa non rinuncerà alle cose essenziali che fanno parte della natura della Chiesa» aveva detto Jia in un’intervista esclusiva concessa a Vatican Insider lo scorso febbraio. Secondo fonti locali, contattate da Vatican Insider, proprio questo atteggiamento conciliante di Jia viene tirato in ballo da Dong per giustificare la sua decisione di farsi ordinare vescovo: l’anziano Julius, con le sue parole concilianti, ormai sarebbe diventato un vescovo “ufficiale” pronto a collaborare con le autorità civili, e quindi i cattolici clandestini di Zhengding avevano bisogno di un nuovo vescovo, di cui «potersi fidare». Per perseguire il suo intento, Dong ha chiesto e ottenuto di essere ordinato vescovo dall’anziano Casimirus Wang Milu, emerito di Tianshui, nella provincia settentrionale di Gansu, da tempo noto per uscite e atteggiamenti bizzarri, che gli ha imposto le mani. Davanti al diffondersi della notizia, arrivata presto a conoscenza anche degli apparati politici cinesi, il vescovo Julius Jia non ha perso tempo e esercitando la sua legittima autorità episcopale ha dichiarato scomunicato padre Dong, comunicando a tutti i sacerdoti e a tutte le comunità cattoliche che quel sacerdote è incorso automaticamente nella scomunica prevista dal Codice di Diritto Canonico per chi conferisce o riceve ordinazioni episcopali illegittime. 

La vicenda, complicata e ancora da chiarire nei dettagli, porta comunque alla luce aspetti cruciali e processi in atto nella presente condizione della cattolicità cinese, solitamente oscurati dalle manipolazioni mediatiche prevalenti intorno alla questione dei rapporti tra governo cinese, Chiesa in Cina e Santa Sede.  

Le parole e anche l’immediato intervento canonico del vescovo Julius Jia Zhiguo confermano il saldo sensus fidei che caratterizza la stragrande maggioranza dei vescovi clandestini e delle comunità affidate alla loro cura pastorale. Sono sempre più numerose le voci di vescovi “clandestini” che esprimono pubblicamente speranze e fiducia nel dialogo in atto tra Santa Sede e apparati cinesi, nella consapevolezza che attraverso tale cammino potranno gradualmente essere superati o almeno attenuati i problemi e i condizionamenti da loro sofferti lungo decenni per fedeltà al Vangelo e al Successore di Pietro. Nello stesso tempo, la vicenda di Zhengding conferma in maniera dolorosa l’esistenza in seno all’area clandestina di gruppi minoritari contagiati da un rigorismo settario di stampo donatista. Frange pronte a tutto, capaci di bollare come “traditore” anche un confessore della fede come Julius Jia, per le parole di speranza da lui espresse rispetto ai contatti tra Cina e Vaticano. Sono gli stessi gruppi che già avevano di fatto respinto le linee guida pastorali espresse nella Lettera di Papa Benedetto XVI ai cattolici cinesi del 2007. I “duri e puri” che hanno sempre rifiutato di riconoscere la validità dei sacramenti amministrati nelle parrocchie cinesi da preti e vescovi che sottopongono le loro attività pastorali alle regole imposte dal governo, e sembrano disposti a intraprendere sentieri scismatici davanti alla prospettiva aperta di una graduale normalizzazione dei rapporti tra Pechino e Santa Sede.  

C’è da credere che l’incidente di Zhengding non basterà a sabotare la road map dei negoziati sino-vaticani. Non sarà difficile spiegare ai funzionari di Pechino che dietro quella vicenda isolata non c’è nessun “doppiogiochismo” vaticano, e tanto meno un indizio della insofferenza dei cattolici cinesi davanti alle scelta del dialogo da sempre auspicata dalla Santa Sede: proprio l’immediata reazione messa in atto dall’interno della stessa comunità clandestina, ad opera del vescovo Jiulius Jia, ha confermato che il corpo ecclesiale diffuso nell’Ex Celeste Impero è ben fornito di anticorpi contro le derive settarie, e che proprio le tribolazioni vissute per confessare in pienezza la propria fedeltà al depositum fidei hanno solo reso più forte e struggente l’affetto verso il Papa e il vincolo di comunione con la Chiesa di Roma. E li rende vaccinati anche rispetto a commentatori e agenzie che fuori dalla Cina continuano a applicare alle scelte della Santa Sede una griglia di lettura politica, presentandole come opzioni ispirate da un ingenuo o cinico desiderio di “successo” politico- diplomatico, e non dalla sollecitudine pastorale e missionaria per la vita di fede dei cattolici cinesi.  

 
Intervista a Julius Jia Zhiguo - Vatican Insider Gianni Valente

 

” Sul dialogo Cina-Vaticano ci fidiamo del Papa. E siamo tranquilli. Io non faccio niente contro nessuno. Non ho niente contro il governo e non parlo male di loro. Ma sono un vescovo della Chiesa cattolica”.

Vescovo Julius, Lei è stato ordinato come successore degli apostoli nel 1980. Come sintetizzerebbe, in poche parole, questa sua lunga esperienza di pastore della Chiesa in Cina?  

«La mia vita è parlare di Gesù. Non ho altro da dire e da fare. Tutta la mia vita, ogni giorno, serve solo per parlare di Gesù agli altri. A tutti». 

Anche ai funzionari che ogni tanto vengono a prenderla e la recludono da qualche parte?  

«Certo. Ricordo uno di loro. Era un uomo buono. Dopo tanto tempo passato insieme a parlare, alla fine della sua vita mi disse che aveva il desiderio di essere battezzato. Poi quello non è accaduto. Ma lui è morto in pace». 

 La chiamano «il vescovo pendolare del carcere». Quante volte l’hanno tenuta in detenzione?  

«Io non ho tenuto il conto. Negli ultimi due anni è accaduto raramente. Ma prima, c’erano periodi in cui venivano a prendermi più di una volta nello stesso mese». 

  È vero che l’ultima volta è successo l’anno scorso?  

 «Si, a maggio. Ma mi hanno fatto tornare per la messa di Pentecoste». 

 Cosa era successo? E come è andata?  

 «Mi hanno portato in una residenza, un albergo. E non mi hanno fatto niente di speciale. In quei giorni ho pregato, ho letto, ho celebrato la messa, e ho parlato con loro. Loro ripetevano ancora una volta che non devo fare quello che ho fatto». 

  E Lei cosa aveva fatto?  

 «Avevo ordinato dei sacerdoti. Ho ripetuto che questa è la mia vita, il mio lavoro. I preti li ordina il vescovo, e il vescovo sono io, non posso farci niente. Se non li ordino io, non li ordina nessuno. Loro ripetevano: no, tu non sei vescovo, non hai l’approvazione del governo. E allora io rispondevo: ma sì, che sono vescovo. Il popolo di Dio mi riconosce come il suo vescovo legittimo. E anche il Papa. Abbiamo continuato a ripetere queste cose tanto tempo. Ma senza litigare, senza agitarsi, parlando con tranquillità. Alla fine mi hanno riportato a casa. Siamo rimasti in pace». 

 Anche le altre volte è andata così?  

 «I motivi sono sempre gli stessi. Io non faccio niente contro nessuno. Non voglio sfidare il governo, non ho niente contro il governo e non parlo male di loro. Ma sono un vescovo della Chiesa cattolica. E loro mi vengono a prendere sempre perchè faccio le cose che devono fare i vescovi». 

 Che impressione ha dei funzionari che si occupano di lei?  

 «Loro con me non sanno cosa fare. Mi parlano di questa indipendenza e autonomia da Roma. Allora io dico loro che non è possibile, perché io sono un vescovo cattolico, ed essere in comunione piena con il Vescovo di Roma fa parte della fede cattolica. Ma loro non conoscono la natura della Chiesa, e quindi quando con semplicità dico loro queste cose rimangono spiazzati e incerti, e non sanno come prendermi». 

  Insomma, non sanno bene di cosa si parla.  

«Proprio così. Ripetono certe formule e certi slogan che gli hanno detto di dire sull’indipendenza da Roma, dal Vaticano, ma si vede che lo fanno come un atto dovuto. Da soli certo non possono riuscire a immaginare la natura propria della Chiesa cattolica e il suo mistero. Pensano alla Chiesa come a un apparato politico. E allora incorrono in interpretazioni erronee. Io ripeto che le cose che faccio sono le cose ordinarie della nostra Chiesa, fanno parte della nostra fede, della nostra vita. “Anche se mi mettete in galera” ho ripetuto tante volte “le cose rimangono così, e io non posso farci niente”». 

 Come ha vissuto gli anni delle persecuzioni, al tempo della Rivoluzione Culturale?  

«I problemi grossi cominciarono che io ero seminarista. Dal 1963 al 1978 sono stato ai lavori forzati in posti sperduti, freddi e inospitali».  

  Cosa ha custodito la sua fede?  

«Ci bastava avere Dio nel cuore. Questo mi ha accompagnato e custodito per tutto quel tempo. Quindi è opera sua, non merito mio. Ci sono state tante difficoltà, ma Dio mi era accanto, e questo bastava. Eravamo tranquilli, perché affidavamo tutto al Signore. A volte accade che anche le difficoltà possono farci crescere nella fiducia e nell’amore a Gesù».  

  Dopo la fine dei «tempi difficili», lei fu ordinato prima sacerdote e poi vescovo, a distanza di poco tempo. Come avvenne?  

«Ricevetti l’ordinazione episcopale per la diocesi di Zhengding, e dopo aver avuto il mandato apostolico dalla Santa Sede andai all’Ufficio affari religiosi, dicendo loro che ero un vescovo. Mi risero in faccia, dicendo che in Cina nessuno può esercitare la funzione del vescovo, se non lo riconosce il governo. Ma i fedeli invece mi riconoscono come vescovo. E con me, i funzionari della politica religiosa non sanno cosa fare». 

  Tanti continuano a dire che in Cina di sono «due Chiese», una fedele al Papa e l’altra sottomessa al governo. Come stanno le cose?  

«Il problema è che alcuni estremisti di sinistra hanno tentato di portare la Chiesa cinese sulla strada dell’indipendenza, dell’autonomia e dalla separazione dal Papa, e finché le cose non vengono chiarite, rimangono motivi di divisione. Il Papa invita sempre all’unità e alla riconciliazione. E allora bisogna trovare il modo di sciogliere questo nodo. Perché i fedeli rifiutano quelli che su queste cose si mostrano ambigui». 

 Oltre le influenze della politica religiosa, ci sono altri fattori di divisione?  

 «Ci sono anche fattori interni. C’è per esempio il caso dei tanti vescovi che prima erano stati ordinati senza il consenso del Papa, e poi hanno chiesto di essere legittimati. Sono sinceri, e in comunione piena con il Papa, eppure ci sono preti che non accettano questo. Alimentano sospetti su quei vescovi e sui loro preti, condannano gli altri mettendo in dubbio l’autenticità della loro fede, creano divisioni su divisioni presentandosi in maniera superba come gli unici autentici credenti». 

  La Lettera ai cattolici cinesi di Papa Benedetto XVI, in Cina l’hanno accolta e seguita tutti, o qualcuno l’ha messa da parte?  

 «Papa Benedetto ci ha esortato a unirci. Ma poi su quella lettera c’è stato chi ha alimentato confusione diffondendo interpretazioni contrastanti, soprattutto in certi ambienti delle comunità clandestine. Noi abbiamo seguito la lettera, lasciando da parte le interpretazioni fuorvianti che confondono i cuori dei fedeli. Abbiamo seguito alla lettera quello che dice il Papa: riconciliazione con tutti quelli che sono in comunione con il vescovo Roma». 

  Riesce a seguire il magistero di papa Francesco? Quali dei suoi suggerimenti le sembrano più importanti per la Chiesa che è in Cina?  

 «Lo seguiamo ogni giorno, ogni cosa che fa o che dice. Tutti sono colpiti dalle sue parole e dai gesti con cui esprime la carità e la predilezione per i poveri, per i sofferenti e quelli feriti dalla vita. Sono cose che in Cina hanno un grande impatto, in tutti». 

 Francesco ha più volte detto che è intenzionato a dialogare con il governo e vorrebbe anche incontrare il presidente Xi Jinping. Sarebbe una cosa buona?  

«Certo, come inizio è una cosa ottima. Poi ovviamente bisognerà guardare ai fatti, oltre alle parole. Ma vedersi e parlare è meglio che non vedersi, perché solo vedendosi e parlandosi si possono affrontare i problemi». 

 Come possono essere risolti secondo lei i problemi del rapporto con l’Associazione Patriottica?  

 «Dipende se loro rinunciano a un concetto e a una forma pratica di indipendenza incompatibile con la natura propria della Chiesa. In quel caso, l’Associazione patriottica potrebbe anche continuare a funzionare, svolgendo una funzione di “ponte”, per aiutare i rapporti tra la Chiesa e il governo». 

 E sulle nomine dei vescovi? La Santa Sede come può tenere in conto che esse interessano anche al governo?  

«Nella fase dello studio per la scelta dei vescovi, si può trovare il modo di tener conto delle attese del governo. Ma non bisogna far confusione. Occorre che al vescovo arrivi la nomina dal Papa. La nomina deve venire dal Papa». 

 Se la Santa Sede va avanti nel dialogo con il governo, quale sarà la reazione dei cattolici cinesi?  

«Ci fidiamo del Papa. È lui il successore di Pietro, e in comunione con tutta la Chiesa custodisce la fede degli apostoli con l’aiuto dello Spirito Santo. Non è una questione di abilità umane: ci fidiamo del Papa perché abbiamo fiducia nel Signore che sostiene e guida la Sua Chiesa, e ci affidiamo a Lui. Sono tanti anni che si parla di come risolvere questo problema. È una questione complessa, ma tutto è nelle mani di Dio e noi siamo tranquilli. Non ci preoccupiamo. Sappiamo che il Papa non rinuncerà alle cose essenziali che fanno parte della natura della Chiesa». 

 Nella sua diocesi quali sono i problemi? Ci sono divisioni tra ufficiali e clandestini?  

«Io sono sempre stato nella cattedrale, nel villaggio di Wuqiu, vicino alla città di Jinzhou. Le cose del passato ormai appartengono al passato, e non c’è bisogno di parlarne. Prima, per un certo periodo, nello stesso posto c’era stato un vescovo ordinato senza il consenso della Santa Sede. A quel tempo c’erano problemi. Ma poi il vescovo ha chiesto di ricevere la legittimazione dalla Sede apostolica e prima di morire mi ha riconosciuto come vescovo ordinario, responsabile della diocesi. Allora, da quel momento, è venuta meno ogni incertezza e ogni sospetto di divisione sul piano sacramentale, e non c’erano più dubbi sull’unità. Le cose si sono più o meno sistemate. Almeno internamente alla chiesa non c’è nessuna divisione. Esistono ancora i problemi causati da fatto che il governo non mi riconosce come vescovo. E poi quelli creati da alcuni singoli preti che sono sotto l’influenza di alcune comunità estremiste di una diocesi vicina. Sono gruppi che fomentano divisioni e attaccano gli altri. Loro dicono di essere gli unici autentici credenti. Ma sono casi isolati. In generale prevale l’armonia». 

 Quali sono adesso le cose che rischiano di spegnere quella fede che era stata custodita in tempo di persecuzione?  

«Tanti si stanno intiepidendo per il materialismo e il consumismo crescenti. Tanti non vengono più in chiesa a pregare, anche perché sono sempre indaffarati e non trovano mai il tempo. Dobbiamo darci da fare. Abbiamo tanto lavoro da fare. La Cina è un grande campo dove dobbiamo seminare il Vangelo di Gesù». 

 Come trattare vescovi che hanno accettato ordinazioni illegittime?  

«Bisogna pregare per loro e dare buona testimonianza. Anche i loro fedeli devono pregare e dare retta testimonianza. Non c’è altra strada che questa». 

 Se durante l’Anno Santo fossero tolte le pene canoniche applicate ai vescovi ordinati senza il consenso della Sede Apostolica, Lei in cuor suo che sentimenti proverebbe?«I buoni raccoglieranno dei frutti buoni. Ma occorre non incoraggiare i cattivi a perseverare. Chi ammette lo sbaglio e chiede perdono è più ammirevole di chi non ammette lo sbaglio e non chiede il perdono. Come si può perdonare chi non riconosce di aver sbagliato?». 

  L’anno della Misericordia è iniziato da quasi due mesi. Lei, come vescovo, come sta vivendo questo tempo?  

«Finora, sento di non aver fatto abbastanza. Nella mia miseria e nella mia debolezza, sento di dover affidarmi di più alla misericordia di Dio. E sento di dover essere più misericordioso verso chi sta con me. Bisogna ascoltare il Papa e le sue parole. Annunciarle e metterle in pratica». 

 Può raccontare qualche episodio concreto per mostrare come la vita dei cattolici della sua diocesi è stata toccata dall’anno della misericordia?  

«C’è un fatto luminoso, che manifesta la forza della misericordia di Dio: da quando siamo entrati nell’anno della Misericordia, il numero delle persone che viene in chiesa è raddoppiato. I miei preti mi raccontano che la potenza della misericordia è veramente grande. Recentemente ho fatto un ritiro per i fedeli: tanti che non entravano in chiesa da più di dieci anni si sono riavvicinati al sacramento della confessione, e per questo ringraziamo Dio. Anche tante persone che non si parlavano da anni per vecchi contrasti sono andati a confessarsi e si sono riconciliati tra di loro. Ci sono tantissimi casi di questo tipo». 

  Sembra che in Cina si sentisse più che in altri posti il bisogno dell’Anno della misericordia. Condivide questa impressione?  

 «Lo condivido assolutamente. In Cina sentiamo proprio il bisogno dell’Anno della misericordia. Bisogna farci toccare di più da questo. Questo accade perché la nostra natura, segnata come quella di tutti dal peccato, tende a coltivare i pregiudizi, e desideriamo che Dio punisca i cattivi». 

 In alcune diocesi, tra alcune comunità cattoliche persiste ancora una «divisione sacramentale» tra le comunità cosidette «clandestine» e quelle «aperte». L’Anno Santo potrà guarire questa ferita?  

«È difficile dirlo. Perché noi non ascoltiamo la voce di Dio. Pensiamo di essere giusti. E questo succede perché non conosciamo la persona di Gesù, e non abbiamo una profonda esperienza con Lui». 

 L’Anno Santo può essere l’occasione per annunciare e testimoniare il Vangelo in Cina anche a chi non ha ancora incontrato Gesù?  

«Per cominciare, dobbiamo essere noi a essere ricolmati dell’amore di Dio. E poi approfittare di tutte le circostanze per annunciarlo. Bisogna dare l’esempio, vivendo il Vangelo». 

  Nella sua diocesi è nato e tuttora funziona un grande seminario che ha dato alla Chiesa cinese tanti sacerdoti. Com’è la situazione delle vocazioni nella sua Diocesi?  

«Le vocazioni sono diminuite. Tanti non vogliono più donare la vita a Dio, mettendosi al servizio dei fratelli. Preferiscono la vita comoda. Occorre testimoniare che donarsi a Dio è una cosa bella, che si guadagna una ricchezza più grande di quella illusoria che ci dà il materialismo e il consumismo». 

  Lei ha fondato un orfanotrofio e vive con gli orfani che vi sono ospitati. Ci può raccontare qualche bella esperienza della sua vita?  

«È un’opera buona e bella. Se ne sono accorti tutti, tanto è vero che riceve aiuti anche dai buddisti. Da più di venti anni vivo anche io lì. Ci sono una settantina di orfani, compresi anche handicappati gravi che hanno bisogno costante delle nostre cure. Ogni giorno sto con questi ragazzi. Ci sono 26 suore che aiutano. Siamo sostenuti dalle donazioni del popolo, che porta non denaro ma beni materiali. Qualcosa riceviamo anche dal governo. Per me quest’opera è la cosa più importante, la cosa a cui tengo di più. È la realtà a cui non possiamo rinunciare. Attraverso di essa, tutti vedono l’amore gratuito di Gesù per ognuno di noi. E possono riconoscere che la Chiesa è presente del mondo, e anche in Cina, per fare del bene a tutti». 

  Vescovo Jia, e se questa intervista le dovesse creare dei problemi?  

«E perché? Se qualcuno avrà qualcosa da ridire, proverò con semplicità a spiegare che io non ho parlato contro nessuno. Non ho usato parole per condannare o criticare nessuno. Ho solo raccontato la mia storia. La storia di un povero vescovo cattolico che vive in Cina».  

 

 


 

        

 

 

           

 

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